Storie di monopolitani rimasti al Nord. “Non si può abbandonare la città che ti ha accolto”

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Quattro giovani studenti hanno raccontato a Link24 il motivo della scelta di non tornare a casa e come stanno vivendo queste settimane di emergenza.

Sabato 7 marzo 2020. In serata si registra la fuga di notizie sul nuovo decreto del premier Conte che vieta gli spostamenti da e per la Lombardia, oltre che per altre quattordici province distribuite tra Veneto, Emilia Romagna, Piemonte e Marche. Tanti i meridionali che, temendo di restare bloccati per chissà quanto tempo, salgono a bordo del primo mezzo utile e rientrano nella loro terra, dai loro cari, sottovalutando però il rischio del contagio da Covid-19 e, per questo, una volta tornati, sono costretti ad autodenunciarsi e a sottoporsi alla quarantena.
La stessa scena si ripeterà nei giorni e nelle settimane successive, scatenando l’indignazione di molti; soprattutto sui social network.

Non tutti i meridionali, però, si sono lasciati prendere dal panico e, in tal senso, alcuni esempi giungono proprio da quattro giovani monopolitani rimasti lì, nella fu “zona rossa”. Tre di essi vivono attualmente in Lombardia (due a Pavia e uno a Milano) e un altro in Veneto (precisamente a Padova). A differenza di alcuni coetanei e conterranei, infatti, loro hanno deciso di non tornare a casa. C’è chi ha comunque ammesso di averci fatto un pensierino, in un primo momento, ma alla fine la ragione ha prevalso sulla paura.
Abbiamo raccolto le rispettive testimonianze – due hanno preferito l’anonimato – relative a questa scelta e al modo in cui stanno vivendo i giorni di emergenza pandemica, nelle zone maggiormente colpite.

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Virginia Abruzzese

Virginia Abbruzzese, 20 anni, studentessa del corso triennale CIM nel dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Pavia: “Con le lacrime agli occhi ho deciso di restare”.
“Mi trovo a Pavia dal 23 Febbraio, il giorno in cui l’Università ha comunicato che avrebbe sospeso le lezioni in via preventiva. Ovviamente nessuno si sarebbe aspettato che quella semplice settimana si sarebbe poi trasformata in un mese e di conseguenza neanche io. Inizialmente ho continuato a sperare che la situazione potesse migliorare al più presto, soprattutto perché non potevo economicamente permettermi di ritornare a casa dopo già 2/3 giorni dal mio arrivo.
In questo momento rimango sempre chiusa tra le quattro mura della mia stanza, perché vivo in un Collegio universitario. Esco solo per motivi di stretta necessità, come per andare al supermercato. Non nego però che, appena sono venuta a conoscenza della bozza del decreto, mi ha pervaso una sensazione di forte paura. La paura di rimanere bloccata qui e di restare sola. Il primo istinto è stato quello di vedere gli orari dei pullman per tornare in Puglia, dalla mia famiglia. Subito dopo mi sono fermata e ho capito che non avrebbe avuto senso. Era solo un meccanismo per stare più serena emotivamente, ma che avrebbe arrecato grossi problemi ai miei genitori e non solo. Con le lacrime agli, occhi ho deciso di restare.
Adesso al supermercato si può entrare pochi alla volta e, quindi, aspetti il tuo turno fuori, tenendo una distanza accettabile dalla persone davanti a te. Nel mio piccolo credo di aver fatto tanto. Non ho paura di contrarre il virus, perché sto seguendo alla lettera ciò che ci è stato imposto e sono fiduciosa che tutto andrà per il meglio. Al tempo stesso, penso alla mia famiglia e a mia nonna, molto più in pericolo di me. Non giudico chi, preso dall’ansia, abbia deciso di ritornare a casa. Chiedo però loro di autodenunciarsi e di non essere egoisti. Serve l’aiuto di tutti per risollevarci”.

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Christopher Calefati

Christopher Calefati, 27 anni, dottorando di ricerca in Storia Contemporanea presso l’Università di Pavia: “Non si può abbandonare la città che ti ha accolto”.
“Il momento di emergenza ci impone di seguire le indicazioni del Governo, per questo mi sto limitando alle prescrizioni contenute nei decreti, che si sono susseguiti dalla fine di febbraio a oggi. Sicuramente ho modificato le mie abitudini, dato che in una città come Pavia gli svaghi post-lavoro sono molti.
La sera del 7 marzo scorso ho deciso di non partire, perché in una situazione di emergenza non bisogna abbandonare la città che ti ha accolto e, soprattutto, perché le indicazioni sono sempre state mirante a limitare gli spostamenti per contenere le possibilità di contagio. La mia paura non è quella di contrarre il virus, ma quella di essere un veicolo per il virus e poterlo trasmettere a qualcuno immunodepresso.
Sicuramente, rispetto a Pavia, della Puglia mi manca la sociabilità, che definirei domestica, in quanto qui vivo solo”.

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Uno scorcio del porto vecchio di Monopoli, in un dipinto esposto all’interno di un bar di Padova

Anonimo, 28 anni, a Padova per ragioni di perfezionamento universitario: “Basta odio! Giudicare e insultare non porta da nessuna parte”.
“Sto vivendo la situazione creata dall’emergenza Coronavirus con un po’ di apprensione, come buona parte della popolazione. Non sono spaventato di poter contrarre il virus – non sono un soggetto a rischio -, ma ovviamente l’eccezionalità delle misure giustamente adottate dal governo porta a un cambiamento nelle abitudini di vita.
Rispetto all’inizio di questa vicenda, penso sia mutata notevolmente la percezione della pericolosità di questo virus e sia aumentata la consapevolezza dell’importanza di adottare tutte le misure necessarie a contenerlo. Devo dire che personalmente nelle prime settimane – complice anche una comunicazione non sempre efficace – avevo, come molti, sottovalutato l’eventualità che ci si potesse trovare in una situazione sanitaria così compromessa, con reparti pieni e indisponibilità di posti in terapia intensiva. Ora, invece, ho limitato gli spostamenti al minimo indispensabile, praticamente solo per recarmi al supermercato.
Non ho pensato neppure per un momento di tornare in Puglia dopo la fuga di notizie sul decreto che vietava gli spostamenti da e per la Lombardia e alcune province di altre regioni. Penso sia importante, in questo momento, attenersi alle disposizioni delle autorità, che stanno facendo tutto il possibile per contenere il contagio. Le immagini che immortalavano folle di persone alla stazione di Milano, diffuse dalla stampa e via social, non sono sicuramente edificanti e descrivono una mancanza di senso civico di una parte della popolazione. Tuttavia, terrei a sottolineare invece un’altra immagine, che magari non è così evidente e non suscita scandalo: quella di milioni di persone che si stanno attenendo alle regole emergenziali adottate.
Infine, vorrei dare a tutti un consiglio: basta odio. Pubblicare in continuazione video di ragazzi e ragazze considerati “incoscienti” non ci rende migliori degli altri, anzi. Giudicare e insultare pesantemente (“irresponsabili”, “capre”, “untori!”) chi non segue alla lettera le prescrizioni potrà essere liberatorio, ma la rabbia non porta da nessuna parte. Cercate di spiegare alle persone scettiche perché è importante rinunciare ora a qualche momento di socialità, ma fatelo con calma e persuasione, l’odio non porta da nessuna parte e alimenta la psicosi da virus”.

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Il Duomo di Milano

Anonimo, 27 anni, a Milano per frequentare un master universitario: “Non avrebbe avuto senso tornare a Monopoli”.
“Questa è una situazione che mi fa paura, come a tutti del resto. Esco molto poco di casa e quando lo faccio è principalmente per andare a fare la spesa. Anche qui c’è poca gente in giro, si incontra qualcuno soltanto al supermercato.
Sto vivendo questo momento prendendo precauzioni, come lavare spesso le mani, ad esempio; ma non indosso guanti né mascherine. Se fossi sceso, sarei stato comunque costretto a restare in casa per i quattordici giorni di quarantena e non avrebbe avuto molto senso tornare a Monopoli. Anche se, a dire il vero, un ritorno avrebbe implicato un risparmio economico non indifferente, considerato che vivere fuori costa. Comunque ora è tutto bloccato e non ho possibilità di rientrare”.