Monopoli, lavoro stagionale: non si trova personale. Lo chef Zazzera: “Spiazzati dall’esplosione turistica. Serve una strategia”

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“Eterno scontro o il nuovo incontro tra imprenditoria e forza lavoro?”, si chiede lo chef monopolitano, suggerendo proposte. “Se vogliamo che questo sogno che stiamo vivendo non diventi un incubo, dobbiamo, lavorare tutti assieme per correggere le criticità e  accettare che la forza lavoro di oggi non è più quella di ieri”. 

Il turismo è a tutti gli effetti un’industria, ed è anche la più redditizia in assoluto, plasma luoghi e attività lavorative, determina le nostre scelte su come impiegare il nostro tempo.

Siamo in un periodo di de-industrializzazione, che sta causando tante conseguenze, la gentrificazione e la trasformazione di intere città: siamo nell’età turistica. Ci sono talmente tanti tipi di turismo che quasi ogni città può presentare una qualche attrazione, il gioco poi sta nel vendersi bene.

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La stagione estiva è alle porte, e con lei ricominciano le polemiche sul lavoro stagionale e sullo sfruttamento dei dipendenti, tra orari improponibili e contratti a volte irregolari.

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Lo chef Zazzera

Ho chiesto gentilmente spazio alla redazione di questa testata giornalistica per cercare di fare, da esperto del settore, qualche riflessione a riguardo. E lo faccio anche invitando chi sta nel settore ad aprire un dibattito su questo argomento, perché solo parlando assieme e scambiandoci informazioni e idee si può trovare una soluzione.

Di questi giorni è la strigliata agli aspiranti cuochi del noto Chef Alessandro Borghesi e, a seguire, anche quella di Flavio Briatore che addirittura dice: è molto più facile reperire manodopera negli emirati arabi piuttosto che da noi.

Tra i principali motivi delle difficoltà di reperimento del personale prevale, secondo la percezione delle imprese, lo scarso adattamento alla flessibilità oraria richiesta, seguita dalla carenza di figure qualificate nonché da una scarsa motivazione di chi cerca occupazione.

Naturalmente sento molti amici del settore turistico, della mia città, che fanno fatica a reperire cuochi, camerieri, personale di house-keeping, bagnini etc etc.

Il primo pensiero parlando in giro è trovare subito un capo espiatorio: “Il reddito di Cittadinanza”,il cui ruolo è costantemente strumentalizzato da parte della politica e dell’imprenditoria per giustificare l’assenza di manodopera.

Ecco qui la mia voglia di approfondire il problema e capire se la strada deve essere per forza di schierarsi oppure c’è una terza via. La mia Città credo stia vivendo un’esplosione turistica che ci ha trovati tutti spiazzati, anche positivamente. Stiamo vedendo fiorire un territorio che prima era sconosciuto a tanti.

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Monopoli il 25 aprile. Ph. Giovanni Barnaba

Chiaramente essere spiazzati, porta a non essere preparati adeguatamente a gestire flussi turistici che sono arrivati in maniera, io direi violenta, e che adesso bisogna essere bravi a gestire.

I punti su cui bisogna studiare e creare una strategia sono tanti ma penso che li possiamo sintetizzare in 3:

1- Creare scuole di formazione gestite anche da privati.
Chi ha avuto il coraggio di investire nelle attività turistiche adesso è obbligato a creare delle piccole botteghe di formazione in cui formare l’offerta lavoro. Gli imprenditori in sinergia anche con gli istituti professionali devono creare corsi di formazione specifici. L’offerta lavoro deve essere specializzata e istruita, non possiamo pensare che questo lavoro venga considerato come un lavoro di ripiego. Adesso la clientela sempre più globale e varia è diventata esigente e dobbiamo essere bravi a rispondere agli stimoli che ci vengono dati.

Un noto scrittore di nome Isaac Asimov diceva: “Per avere successo, non è sufficiente prevedere, dobbiamo anche imparare a improvvisare.” Appunto imparare, ma non essere improvvisati.

2- Coinvolgere nel profitto anche i lavoratori
Una delle frasi più celebri di Adriano Olivetti fu:  «Il lavoro dovrebbe essere una grande gioia ed è ancora per molti tormento, tormento di non averlo, tormento di fare un lavoro che non serva, non giovi a un nobile scopo». La motivazione è alla base del successo, Avendo io lavorato tanto con i sistemi anglosassoni e americani, questo principio è alla base del rapporto tra datore di lavoro e lavoratore. In Inghilterra quando bussi alla porta di un’azienda per cercare lavoro, sulla porta c’è scritto: “Human Resorce”.

Inoltre un punto su cui dobbiamo riflettere è la razionalizzazione dell’offerta lavoro. Misurare la situazione attraverso schemi e categorie vecchi di trent’anni vuol dire non tenere minimamente in considerazione i mutamenti culturali ed economici del nostro tempo. In primo luogo, constatiamo la necessità di una soddisfacente conciliazione vita-lavoro, frutto della crescente consapevolezza dell’importanza del tempo libero, che sta portando i giovani a orientarsi verso professioni in grado di offrire maggiore flessibilità e possibilità di liberarsi da turni di dodici ore senza giorni di riposo

I ragazzi di oggi non sono più quelli di ieri. Ce ne dobbiamo fare una ragione. Dunque dobbiamo creare più turni altrimenti sarà sempre più difficile trovare personale

3- La Famiglia
Sì, proprio da qui bisogna cominciare. I nostri genitori (quelli della vecchia generazione) ci hanno spinto già da giovani adolescenti nel mondo del lavoro, alcuni anche per sostenere la situazione economica familiare, ma in molte altre situazioni, perché in questo modo ci stimolavano ad affacciarci nel mondo del lavoro, per imparare a gestirci e comprendere lo spirito di sacrificio. Tanto è vero che il benessere di adesso è il frutto di questo ragionamento. Ma adesso quella generazione di ragazzi rivoluzionari, curiosi, pazzi, ma pieni di energia sono diventati genitori e dunque da genitori non possiamo permetterci di proteggere in maniera esagerata i nostri figli, garantendo loro il benessere stando sul divano di casa o al bar con un cocktail in mano, altrimenti non capiranno mai i sacrifici e non saranno mai curiosi come lo eravamo noi. Mi viene adesso in mente il mio flat studio a Londra, uno scantinato dove ci vedevo passare topi dalla mia finestra, le notti al freddo perché non avevo i soldi per pagare la corrente ma pur di non chiederli a mio padre, accettavo di soffrire. Ma tutto questo mi è servito creandomi una prospettiva di vita soddisfacente.

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Foto di archivio

Dunque, non so se ci sono riuscito e non so, se ne sono capace, ma se vogliamo che questo sogno che stiamo vivendo non diventi un incubo, dobbiamo, lavorare tutti assieme per correggere, in corso d’opera, e senza aspettare tanto, queste criticità e  accettare che la forza lavoro di oggi non è più quella di ieri e quindi adeguarci ai tempi di oggi ma soprattutto di domani, con una sollecitazione da parte di scuola e famiglia a questi giovani, che affacciarsi nel mondo del lavoro fa bene, ma lancio il mio appello accorato alle imprese di scaraventare il loro cuore oltre l’ostacolo del mero profitto, per far sì che queste nuove generazioni vengano ben accolte nel mondo del lavoro rendendole partecipi al business.

Fabrizio Zazzera
Anni 48
Chef