Monopoli è diversa da Milano? La riflessione: “Quel sottile filo (spinato) tra politica e urbanistica”

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Foto di archivio
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Riceviamo e pubblichiamo la nota dei consiglieri di Manisporche Papio e Mastronardi “Da 15 anni, anche Monopoli registra uno dei più intensi livelli di attività edilizia, con grande consumo di suolo e in netto contrasto con l’inverno demografico, che ha riportato il numero dei residenti sotto i 48mila. Al tempo stesso i prezzi delle abitazioni sono sempre più alti e case in affitto a lungo termine non si trovano”, scrivono. 

 

IL CASO MILANO – Sembra proprio che il caso Milano voglia mettere in luce le ombre che si addensano sull’urbanistica, prosciogliendo da qualsivoglia responsabilità la politica e gli uomini e le donne che, con le imprese di costruzioni a briglia sciolta, stanno divorando i territori.

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Ippodamo di Mileto, il primo architetto e urbanista della Grecia antica, oggi avrebbe i brividi a pensare come la scienza, con cui ha forgiato gli schemi planimetrici per la pianificazione delle città, sia così tanto vituperata dai novelli cultori della “rigenerazione urbana”.

Milano è un modello di semplificazione parossistica e di abbrutimento culturale delle condotte professionali, che hanno posto alla base della bellezza il profitto anziché l’etica, ingrediente indispensabile affinché tra le case, il territorio e gli abitanti spiri quell’afflato di armonia e benessere, per il quale l’urbanistica è nata e si è sviluppata fin dall’antichità.

In quanto garantisti, non c’è una condanna di fatti che a Milano vedono coinvolti assessori e imprenditori, ma una critica impetuosa all’idea che lo sviluppo delle città debba per forza essere il frutto di un rapporto malato, più che altro subalterno, della politica all”imprenditoria, con quest’ultima a dettare le regole del gioco. Che poi, gioco non è.

MONOPOLI È DIVERSA DA MILANO? – Per dimensione certamente sì, ma per i contenuti di una emergente e nefasta cultura urbanistica le due realtà si somigliano molto. Non si tratta di frenare lo sviluppo né di essere moralisti.

In scala minore osserviamo, stigmatizziamo e lanciamo da anni, inascoltati, l’allarme sulle gravi conseguenze della cosiddetta urbanistica contrattata che, grazie alla sua normativa molto elastica, riesce a consentire il migliore ma anche il peggiore dei risultati. Quando tra i due contraenti, il Pubblico e il Privato, è solo il secondo a decidere percorsi e obiettivi, si comprende bene quale dei due risultati finisca per concretizzarsi.

Il Piano Urbanistico Generale (Pug) di Monopoli, non a caso, porta la firma dello scomparso architetto Federico Oliva, uno dei protagonisti della cosiddetta scuola urbanistica milanese.

papio mastronardiOliva, autore del saggio “L’urbanistica di Milano” per i tipi dell’Hoepli, constatava il modo nuovo con cui Milano, dopo oltre un secolo di espansione, dal dopoguerra stesse subendo un profondo processo di trasformazione urbanistica ma anche economica e sociale. Aggiungiamo noi, divenendo una città per benestanti e cacciando fuori la classe media, impedita dai prezzi esagerati, in primis delle case e poi di tutto il resto.

Da 15 anni, anche Monopoli registra uno dei più intensi livelli di attività edilizia, con grande consumo di suolo e in netto contrasto con l’inverno demografico, che ha riportato il numero dei residenti sotto i 48mila. Al tempo stesso i prezzi delle abitazioni sono sempre più alti e case in affitto a lungo termine non si trovano.

COS’È SUCCESSO? – A partire dal 2010, grazie alla duttilità delle nuove norme urbanistiche approvate, e sulla spinta di forti interessi privati, le numerose aree a servizi previste in città si sono trasformate rapidamente in altrettante zone residenziali, nell’assenza totale di una qualsiasi attività programmatoria o pianificatoria intermedia.

Gravemente dannoso, nonché probabilmente illegittimo, è stato l’annullamento del diverso valore urbanistico delle aree destinate a servizi di quartiere, in particolare di quelle vicine al centro storico e alle zone urbane densamente edificate. Nella fase di attuazione del Piano di Monopoli non si è tenuto conto che molte delle aree centrali, destinate dal Pug a “servizi di nuovo impianto”, erano aree tipizzate nel vecchio Piano Regolatore Generale (Prg) già come “verde pubblico” o “verde pubblico attrezzato”, totalmente asservite a soddisfare le dotazioni minime, previste per legge, di servizi di quartiere: verde, parcheggi, scuole e ogni altro genere di standard urbanistico.

Se a ciò si aggiunge che il DM 1444/68, legge ancora oggi fondamentale per definire quantità e requisiti di tali servizi, impone che, qualora non si riesca a reperire tali superfici in seno a ciascuna area omogenea, come è il caso del centro storico medievale e ottocentesco di Monopoli, queste vanno ricercate nelle zone “immediatamente limitrofe”. In realtà, invece, tutte le aree per servizi sono state trattate nello stesso modo, consentendo anche alle più centrali di trasformarsi in zone residenziali, cancellando la loro precipua destinazione. In altre parole, si è consentito ad alcuni costruttori di edificare nuove residenze in zone centralissime, e si sono violate le prescrizioni di una legge nazionale sovraordinata, con grave danno per l’intera comunità cittadina.

SEMBRA NON SI SCANDALIZZI PIU’ NESSUNO – I cittadini, sempre più distanti dalla politica, sono consapevoli che qualcosa non torna.  Notano l’assenza di verde e servizi a fronte della colata di cemento riversata ovunque, ma lo sconcerto resta imprigionato nei social. Sono tenuti lontani da una corretta informazione e da qualsiasi occasione concreta di confronto.

Gli idolatri dell’economia e dello sviluppo a ogni costo continuano a ritenere normale devastare luoghi e coscienze senza renderne conto a nessuno, limitandosi al rispetto di poche norme “a maglie larghe”, garanzia di una legittimità non di rado solo formale.

Una città ha bisogno, per crescere svilupparsi ed essere inclusiva, di un dialogo costruttivo, costante e allargato, tra imprenditoria edilizia e gestione politica, tra chi promuove la propria attività privata e chi è stato eletto per difendere il prioritario interesse collettivo, tra chi investe nell’economia e chi nella bellezza e nell’identità dei luoghi.

IN CONCLUSIONE – È facile che un’alleanza “ristretta” tra imprenditori del mattone e amministratori politici locali produca quanto si legge negli atti dell’inchiesta milanese: l’esautorazione del Consiglio comunale, l’introduzione di regole arbitrarie, la presenza di una rete di interessi privati fatta di politici, faccendieri e imprenditori che decidono come e dove costruire, con gli interessi collettivi mortificati e/o asserviti a una piccola cerchia.

Gli imprenditori edili, essendo anche cittadini, non possono sentirsi assolti perché pensano di fare il loro producendo ricchezza. Però, sul banco principale degli imputati e per un giudizio che non è soltanto morale, siede ancora una volta la politica, che continua a tradire se stessa e non riesce più a sentire il dovere di pensare in grande e al futuro. Per tutti.

Angelo Papio e Maria Angela Mastronardi
Consiglieri comunali di Manisporche – Sinistra Italiana