Amati: “Perché non utilizziamo parte dell’indignazione riservata all’allagamento per chiedere ciò che serve davvero?”

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“Sì, il nuovo ospedale Monopoli-Fasano l’ho voluto io. E lo rivendico, nella buona e nella cattiva sorte. Soprattutto nella cattiva, perché è proprio quando sorgono i problemi che si vede la differenza tra chi un’opera l’ha voluta davvero e chi aspetta soltanto l’occasione per parlarne male”, scrive Fabiano Amati.

È vero… il nuovo ospedale Monopoli-Fasano l’ho voluto io. E lo rivendico, nella buona e nella cattiva sorte. Soprattutto nella cattiva.
Ieri una violentissima precipitazione ha colpito il territorio di Fasano e Monopoli, riversando in pochi minuti una quantità straordinaria d’acqua e provocando allagamenti di strade, abitazioni, locali commerciali, resort e anche di una parte dei piani interrati del nuovo ospedale Monopoli-Fasano.
Innanzitutto, la mia solidarietà ai cittadini e agli operatori economici danneggiati, e un sincero ringraziamento alle forze dell’ordine e a tutti i soccorritori intervenuti, con l’auspicio che si agisca rapidamente per ripristinare la normalità e ridurre il rischio di nuovi allagamenti.
Tra tutti gli allagamenti, però, quello dell’ospedale ha conquistato la scena, diventando il centro delle cronache e il palcoscenico di alcuni politici, sempre pronti a fabbricare indignazione acchiappa-like e assai meno disponibili a indicare soluzioni.
Purtroppo molti commentatori in mala fede sembrano aspettare il prossimo temporale con la stessa trepidazione con cui i contadini aspettavano le previsioni del colonnello Bernacca. Con una differenza: i contadini speravano nel bel tempo, loro sembrano sperare nel peggio. Perché, evidentemente, il peggio degli altri può diventare il meglio del proprio consenso. Dimenticando che quel peggio lo pagano le persone, soprattutto quelle più povere e indifese.
E così, presi dalla foga polemica, qualcuno ha pensato bene di ricordare che il nuovo ospedale l’ho voluto soprattutto io, quasi a volermi attribuire ogni eventuale difetto costruttivo o mancanza.
Hanno fatto bene a ricordarlo. Anzi, li ringrazio.
Quell’ospedale l’ho voluto, ho combattuto per realizzarlo e continuo a occuparmene. Non intendo prenderne le distanze quando qualcosa non funziona. Se mi appartiene una parte del merito per le tante persone che ogni giorno vengono curate e guarite, mi appartiene anche il dovere di ascoltare le critiche, denunciare i problemi e pretendere che siano risolti.
Certo, conosco la curiosa regola della polemica politica: quando le cose funzionano, il merito è sempre di qualcun altro; quando qualcosa va male, improvvisamente si ricordano tutti di me. Ognuno tragga le proprie conclusioni.
Ma veniamo ai fatti.
Il nuovo ospedale ha subito un allagamento in una parte dei piani interrati, ma l’attività di soccorso e assistenza non si è interrotta nemmeno per un minuto. Ripeto: nemmeno per un minuto.
E di questo ringrazio tutti gli operatori sanitari e non sanitari.
Non è un dettaglio e non serve a minimizzare l’allagamento, ma a raccontare l’accaduto senza trasformare un problema reale in una catastrofe sanitaria che non si è verificata.
Ma perché è successo? Ci sono due questioni da affrontare, senza confonderle e senza utilizzare l’una per nascondere l’altra.
La prima riguarda il clima e il rischio idraulico.
La quantità d’acqua caduta è stata straordinaria e gli allagamenti hanno interessato edifici vecchi e nuovi, pubblici e privati. È dunque evidente che il problema riguarda la capacità del territorio di affrontare precipitazioni estreme, nel contesto dei cambiamenti climatici di cui discutiamo da anni.
Un argomento enorme, quasi scomparso dal dibattito, forse perché parlare di mitigazione del rischio idraulico richiede studio, progetti, investimenti e responsabilità. Tutte cose meno redditizie, in termini di like, di una fotografia dell’acqua sul pavimento.
La seconda riguarda gli eventuali difetti costruttivi dell’ospedale.
Una precipitazione eccezionale non può diventare un alibi per giustificare qualsiasi problema. Bisogna accertare se e quanto eventuali carenze costruttive, impiantistiche o di drenaggio abbiano contribuito all’allagamento, individuare le eventuali responsabilità e pretendere tutti gli interventi necessari. Senza sconti per nessuno, a cominciare da chi ha costruito l’ospedale.
E sapete qual è il paradosso?
Che proprio io, negli anni scorsi, ho ripetutamente denunciato presunte irregolarità nella realizzazione dell’ospedale, rivolgendomi persino alla Procura della Repubblica e alla Corte dei Conti, con riferimento alle condotte del RUP, dell’impresa Partecipazioni Italia del gruppo Webuild e del Collegio consultivo tecnico.
Denunce sulle quali spetta alle autorità competenti compiere ogni accertamento, ma che dimostrano una cosa: non ho aspettato un nubifragio per sollevare i problemi della costruzione.
E mentre lo facevo, molti degli indignati di oggi erano stranamente silenziosi. Evidentemente denunciare i problemi prima che diventino uno spettacolo mediatico produce meno applausi che fotografarli dopo.
Ma torniamo alla questione principale.
Il nuovo ospedale Monopoli-Fasano è una conquista straordinaria, che nessun allagamento può cancellare.
Una conquista per migliaia di cittadini che oggi possono essere curati in una struttura moderna, anziché nelle vecchie condizioni ospedaliere che, in alcuni casi, facevano spavento soltanto a guardarle.
Questo non significa che tutto funzioni perfettamente. Significa, al contrario, che proprio perché abbiamo conquistato un ospedale nuovo dobbiamo pretendere che funzioni sempre meglio, correggendo ogni difetto e completando tutte le attività previste.
E allora mi permetto una domanda.
Perché non utilizziamo almeno una parte dell’indignazione riservata all’allagamento per chiedere ciò che serve davvero ai malati?
Perché, quando chiedo a gran voce l’attivazione dell’Emodinamica, indispensabile per le emergenze cardiache, l’apertura dei reparti di Pneumologia e Psichiatria e l’attivazione dell’Osservazione breve intensiva, non vedo la stessa mobilitazione, lo stesso clamore, la stessa indignazione?
Sono servizi che possono fare la differenza tra curare tempestivamente una persona e doverla trasferire altrove. E meritano almeno la stessa attenzione riservata all’acqua entrata in un piano interrato.
Bisogna impedire che quell’acqua entri ancora. Certo! Ma bisogna anche impedire che un malato debba essere trasferito altrove per una prestazione che il nuovo ospedale dovrebbe poter garantire.
Sono entrambe battaglie necessarie. E io intendo combatterle entrambe.
Perché non ho voluto un ospedale per vantarmene quando tutto va bene e prenderne le distanze quando qualcosa va male. L’ho voluto perché serviva, serve e servirà a curare le persone.
Quanto ai profeti di sventura, continueranno probabilmente ad aspettare il prossimo temporale, nella speranza di trovare qualche occasione di rivincita politica. È il vantaggio di chi non costruisce nulla: può sempre sperare che qualcosa costruito dagli altri presenti un problema.
Io, nel frattempo, continuerò a occuparmi dell’ospedale e dei malati. Perché le previsioni del tempo passano, le polemiche pure, mentre le opere restano e le persone hanno bisogno di essere curate ogni giorno.
Sì, il nuovo ospedale Monopoli-Fasano l’ho voluto io. E lo rivendico, nella buona e nella cattiva sorte. Soprattutto nella cattiva, perché è proprio quando sorgono i problemi che si vede la differenza tra chi un’opera l’ha voluta davvero e chi aspetta soltanto l’occasione per parlarne male.
Fabiano Amati

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