Il giudice Errede a Palamara: “Non viviamo la toga come strumento di potere”

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Il giudice Pietro Errede
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Dopo le dichiarazioni dell’ex membro del Csm e dell’Anm, il magistrato monopolitano lancia un messaggio al collega via social: “Di quel sistema malato, la stragrande maggioranza di noi non ne fa parte”.

“Caro Luca, sono un collega che ha avuto la fortuna di fare altro prima di indossare la toga, e per questo forse sono meno affezionato alla categoria (pur nutrendo per essa profondo rispetto) di molti che hanno sempre e solo desiderato fare i magistrati nella loro vita, perché loro ragione esistenziale o forse perché vedevano quel traguardo anche come una sorta di promozione o riscatto sociale”. Inizia con queste parole la lettera aperta del magistrato monopolitano Pietro Errede, oggi in servizio presso il Tribunale di Lecce, pubblicata sul suo profilo Facebook e rivolta a Luca Palamara, ex componente del Consiglio Superiore della Magistratura, indagato per corruzione dalla Procura di Perugia (competente per le indagini relative ai magistrati romani) ed espulso dall’Associazione Nazionale Magistrati – di cui è stato presidente tra il 2008 e il 2012 – per violazioni al codice etico.
In questi giorni, però, Palamara ha tirato in ballo altri colleghi nello scandalo che lo ha travolto (specie dal punto di vista mediatico), denunciando in questo modo l’esistenza di un sistema malato all’interno della magistratura italiana. L’intera vicenda, ripresa quotidianamente dagli organi d’informazione nazionale, rischia di screditare l’operato di tutti quei magistrati che invece la giustizia la rispettano e la applicano, giorno dopo giorno, costi quel che costi, senza sconti né favori.

E così, onde evitare che si faccia di tutta l’erba un fascio, cosa che rischierebbe di allontanare il cittadino dalle istituzioni e di macchiare il nobile concetto di “legalità”, l’ultimo giudice coordinatore della sezione distaccata monopolitana del Tribunale di Bari prosegue: “Prendo atto del ‘sistema’ malato al quale ti riferisci nelle tue ormai quotidiane apparizioni mediatiche, ed aggiungo che alla domanda, che pure ti è stata rivolta, su cosa possa pensare o provare un cittadino che si imbatte nella giustizia, io non rispondo come hai fatto tu, ossia dicendo in pratica che bisogna prendere atto di un ‘sistema’ malato. Io a quel cittadino che si affida alla giustizia, invece, lo rassicurerei, dicendogli che per fortuna di quel ‘sistema’ malato molti, anzi la stragrande maggioranza di noi, non ne fa parte, proprio perché non vive la toga come riscatto sociale o strumento di potere ma come servizio al cittadino, lavorando in silenzio e senza riflettori, magari anche sbagliando (sbaglia chi lavora infatti!), ma decidendo senza pregiudizi, senza secondi fini e dimenticando quella decisione, subito dopo averla presa con scienza e coscienza”.

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“Nutro un grande senso di pena, invece, per tutti quelli che si muovono in modo diverso, esaltandosi per i riflessi pratici di una decisione che si deve solo prendere sulla base delle carte esaminate e senza guardare ai nomi delle parti o degli imputati, o addirittura cimentandosi in libere e censurabili interpretazioni di norme, pur di dimostrare il proprio ‘valore’ o di saper essere bravissimi o chissà per quale altro scopo! – scrive ancora il giudice Errede all’interno del suo post – Sicuramente non raggiungerò mai ruoli apicali perché non faccio parte del ‘sistema’, ma sono certo che, continuando a portare la toga così come la intendo io, avrò le mie soddisfazioni ugualmente, perché le mie decisioni saranno solo mie e non di altri o per altri”. Nell’attesa che Palamara chiarisca nelle sedi opportune quanto contestatogli e dicendosi inoltre “fiducioso che quel sistema malato” a cui si riferisce il magistrato romano “venga curato e riformato quanto prima”, Errede non ha mancato di concludere il suo messaggio, augurando al collega una “Buona fortuna!”.