Monopoli, i cittadini vincono contro il rumore. Comune condannato a pagare 7mila euro

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La sentenza del Consiglio di Stato. Ieri un incontro promosso dai ricorrenti che ora chiedono che cessi ogni superamento dei limiti acustici proveniente da uno stabilimento in zona Santo Stefano. 

Si è tenuto ieri, giovedì 12 marzo, presso il salone parrocchiale della Chiesa di Sant’Anna a Monopoli, un incontro promosso dai cittadini proprietari di immobili in Contrada Santo Stefano, nelle immediate vicinanze dello stabilimento balneare gestito dalla società Cala Diavolo. La conferenza, alla quale hanno partecipato il dottor Donato Santacesaria, Pierluigi Paniello, il legale che ha seguito i fatti e l’Arch. Francesco Laudadio, il tecnico esperto di acustica, è stata organizzata all’indomani della recente sentenza del Consiglio di Stato che ha dichiarato illegittime le autorizzazioni di pubblico spettacolo del locale per carenze nei controlli da parte del Comune di Monopoli.

L’ente pubblico dunque è stato condannato, insieme alla società che gestisce lo stabilimento, al pagamento delle spese di giudizio di 12mila euro in favore degli appellanti. Spese ripartite in 7mila euro a carico del Comune, “anche per  violazione dei doveri di chiarezza degli atti processuali” – si legge a conclusione della sentenza – e 5mila euro a carico della società.

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incontro cala diavolo sentenzaaAlla conferenza, oltre ad alcuni consiglieri comunali, hanno partecipato componenti del Comitato dei Residenti Centro Storico e via Procaccia di Monopoli e diversi cittadini. Alla luce di questa sentenza, i proprietari delle abitazioni chiedono che il Comune eserciti pienamente i controlli preventivi e successivi previsti dalla legge e che ogni superamento dei limiti acustici cessi immediatamente.

Qui di seguito la nota che i proprietari di immobili esistenti nella zona in questione hanno inviato alla nostra redazione.

“Noi siamo alcuni dei cittadini proprietari di unità immobiliari in contrada Santo Stefano, poste nelle immediate vicinanze dell’area del Picco del Diavolo, dove ha sede lo stabilimento balneare gestito dalla società Cala Diavolo.
Oggi ci troviamo qui a commentare una sentenza che affronta una questione per noi annosa e dolorosa, che però potrebbe riguardare diverse situazioni presenti sul territorio pugliese.

santacesariaLa nostra è una storia iniziata nell’estate del 2021, quando ad un certo punto, a causa di livelli incontrollati di inquinamento acustico provenienti da Cala Diavolo, hanno cominciato a tremare i vetri delle nostre case. Da allora, nelle nostre estati, abbiamo vissuto il disagio di un inquinamento acustico continuo, soprattutto nelle ore notturne ma non solo, con gravi difficoltà per il riposo e per la qualità della vita delle nostre famiglie, specialmente per i più fragili.

Sono ormai cinque stagioni che l’impatto dei decibel ha cambiato la nostra vita e quella delle famiglie del vicinato. Abbiamo cercato la comprensione degli esercenti e il supporto delle istituzioni, con l’unico obiettivo di tutelare il nostro diritto alla salute e al riposo, ma con scarso successo. Troppo spesso la forma ha prevalso sul merito delle questioni.
Allora, aprendo questa conferenza stampa, ci preme prima di tutto chiarire una cosa: non siamo contro il lavoro e non siamo contro l’impresa. Siamo famiglie, lavoratori, alcuni di noi anche imprenditori. Siamo persone che abitano le proprie case e che, per anni, hanno chiesto una cosa molto semplice: la tutela di diritti fondamentali come la salute, il riposo e la vivibilità delle nostre abitazioni, sia di notte sia di giorno.

Negli anni invece, sia negli ambienti istituzionali sia in quelli informali, siamo stati descritti come quelli che volevano far chiudere un’attività commerciale. Siamo stati dipinti come un ostacolo allo sviluppo. Siamo stati additati come il problema. Oggi però vogliamo riportare la discussione sui fatti. La prima cosa che abbiamo fatto non è stata protestare. Abbiamo chiesto ai gestori di ridurre i volumi e di limitare l’impatto delle serate di discoteca sulle abitazioni circostanti. Lo abbiamo fatto più volte e in modo diretto.

Solo quando queste richieste sono state disattese ci siamo rivolti alle autorità competenti.
Vogliamo ribadire che noi abbiamo iniziato a protestare perché costantemente disturbati dall’insostenibile rumore prodotto da Cala Diavolo.
Abbiamo continuato a protestare quando questi eventi venivano svolti senza adeguate autorizzazioni e anche quando, in fase di rilascio della licenza di pubblico spettacolo, l’istruttoria del Comune risultava chiaramente insufficiente rispetto alla reale portata dell’attività e alle prescrizioni di legge e alla tutela della salute. Vogliamo ribadire come le nostre segnalazioni non nascevano da una contrarietà all’attività, ma dalla
constatazione di un impatto acustico che incideva pesantemente sulla vivibilità delle nostre abitazioni. Abbiamo fatto esposti. Abbiamo chiesto verifiche. Abbiamo chiesto controlli.
Ma non abbiamo mai chiesto la chiusura di un’impresa. Abbiamo chiesto invece che un’attività a forte impatto acustico fosse autorizzata e controllata nel rispetto
della legge.

Oggi siamo qui perché, finalmente, una sentenza definitiva del Consiglio di Stato, la numero 1612 pubblicata in data 2 marzo 2026, ha stabilito che le autorizzazioni rilasciate dal Comune di Monopoli in favore della società Cala Diavolo erano illegittime per manifesta carenza istruttoria. I giudici hanno accertato che le verifiche acustiche preventive non erano state svolte in condizioni rappresentative del reale svolgimento degli eventi.
Questo significa che il controllo preventivo — quello che dovrebbe tutelare i cittadini prima che il problema si produca — non è stato adeguato.

Nel frattempo, un controllo ufficiale di ARPA Puglia, coadiuvato dalla polizia locale, lo scorso agosto ha accertato, in periodo notturno e all’interno delle abitazioni, durante lo svolgimento dell’ennesima serata di discoteca, il drastico superamento dei limiti acustici previsti dalla legge. “Drastico” è un aggettivo usato da ARPA Puglia. Ciò è avvenuto pur applicando in via “prudenziale”, a causa della mancata adozione da parte del Comune di
Monopoli del Piano di Zonizzazione Acustica, limiti riferibili alle zone prevalentemente industriali. A fronte di tale accertamento però, sono seguiti provvedimenti molto limitati da parte dello stesso Comune, con sospensione di soli due giorni infrasettimanali, a fine settembre, dell’attività. Insomma, non si tratta di percezioni soggettive. Si tratta di dati tecnici ufficiali.

Alla luce di quanto accertato dalla giustizia amministrativa e dagli accertamenti tecnici svolti da ARPA Puglia nei prossimi mesi valuteremo anche nelle sedi competenti le azioni più opportune a nostra tutela, compresa l’eventuale richiesta di risarcimento dei danni, a parziale compensazione di quanto subito. Infatti, per anni abbiamo vissuto le conseguenze di un’attività che, come ora accertato, era stata autorizzata sulla base di verifiche ritenute carenti. Le nostre case sono diventate il luogo in cui si paga l’impatto reale di
controlli insufficienti. Controlli decisamente diversi rispetto a quelli che abbiamo dovuto subire nelle nostre case, luoghi del cuore costruiti dai nostri nonni/genitori, a seguito delle nostre lamentele, fino ad essere etichettati da qualcuno “abusivi vista mare”.

Su questo vogliamo essere chiari: se in via definitiva e nelle sedi competenti dovessero essere accertate responsabilità a nostro carico, risponderemo secondo la legge, come è giusto che sia. Ci colpisce però la differenza di approccio nei controlli.
Mentre per anni abbiamo segnalato problemi legati all’impatto acustico dell’attività — problemi che la stessa ARPA ha poi riscontrato — nei confronti delle nostre abitazioni sono stati svolti controlli edilizi estremamente puntuali, arrivando a contestare, tra le varie cose, persino strutture minime come una piccola casetta di legno acquistata presso un normale punto vendita per il fai-da-te.

In questa sede tralasceremo inoltre le evidenze relative alle numerose violazioni paesaggistiche accertate nei confronti della società, per le quali sono pendenti anche procedimenti penali. Lasciateci però dire che non è un bel messaggio per i cittadini quando chi segnala un problema che riguarda la salute e il rispetto delle regole si ritrova a sua volta sottoposto a verifiche minuziose che nulla hanno a che vedere con l’oggetto della contestazione. Noi chiediamo semplicemente che le nostre istanze vengano realmente considerate e chiediamo che il Comune eserciti pienamente le proprie prerogative, svolgendo controlli preventivi e successivi reali, sostanziali e conformi alla legge.
Chiediamo che ogni futura autorizzazione sia preceduta da verifiche tecniche adeguate.
Chiediamo che l’inquinamento acustico generato da Cala Diavolo in contrada Santo Stefano cessi immediatamente. Lo sviluppo economico è un valore per tutti.
Ma non può avvenire a scapito della salute e della qualità della vita delle persone.

Dopo anni di tensioni, di notti insonni e di gravi conseguenze per la salute di molti di noi, chiediamo semplicemente di poter tornare a vivere quei luoghi in pace, nel rispetto dei diritti dei cittadini. Non chiediamo privilegi. Chiediamo il rispetto delle regole. E oggi non lo diciamo solo noi. Lo ha scritto il Consiglio di Stato“.