“No Sea Watch, sì alla legalità”. Pia Perricci contro la Rackete

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Ad occuparsi del caso, l’avvocatessa monopolitana Pia Perricci, che lavora a Pesaro. “Lo Stato Italiano non può accogliere indiscriminatamente chiunque”.

Dal gruppo Facebook “No Sea Watch sì alla legalità” l’indignazione di migliaia di cittadini italiani finisce in Procura, e precisamente quella di Agrigento. È originaria di Monopoli, ma vive e lavora a Pesaro, l’Avvocatessa Pia Perricci, che in questi giorni ha già depositato una ventina di denunce – e altrettante ne presenterà a breve – sulla vicenda legata alla nave neerlandese Sea Watch 3, gestita dall’omonima organizzazione non governativa tedesca, che la notte tra il 28 ed il 29 giugno scorsi ha attraccato al porto di Lampedusa, ignorando l’alt imposto dalle autorità italiane e speronando una motovedetta della Guardia di Finanza. A bordo vi erano 42 migranti salvati al largo delle coste libiche e la capitana, Carola Rackete, era stata arrestata per resistenza o violenza contro nave da guerra. Ma la mancata convalida dell’arresto da parte del Gip Alessandra Vella aveva alimentato il polverone delle polemiche, nel quale era finita anche la decisione dei parlamentari Delrio, Orfini, Faraone, Magi e Fratoianni di salire a bordo della nave sino allo sbarco dei naufraghi.

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La capitana Carola Rackete

Da quel momento, un’incontenibile ondata di indignazione ha prevalso sui 1.110 Italiani che, incontratisi sul gruppo Fb, hanno deciso di procedere contro la Rackete, i cinque esponenti politici (per concorso morale nel reato di favoreggiamento all’immigrazione clandestina) e la decisione del Gip Vella. Alla base di tale azione, la volontà di far conoscere allo Stato italiano la propria contrarietà, dopo essersi sentiti lesi nei loro diritti. “I denuncianti non sono contrari all’immigrazione né razzisti, ma chiedono ingressi regolarizzati e controllati, oltre all’applicazione della legge – spiega il legale a Link24 -. Poi, indipendentemente dalle tendenze politiche, i parlamentari sono dei rappresentanti dello Stato e non possono coadiuvare dei comportamenti irrispettosi della legge. A tal proposito, i denuncianti si aspettano che il Parlamento prenda le distanze da questi comportamenti”. Ne abbiamo approfittato per rivolgere qualche domanda all’Avvocato Perricci per approfondire la delicata questione.

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L’avvocatessa Pia Perricci

Gli Italiani che l’hanno contattata cosa chiedono nello specifico?
Si chiede che gli ingressi sul territorio italiano da parte degli extracomunitari siano controllati e sicuri per chi arriva e per chi accoglie. Il problema è che la maggior parte degli extracomunitari che giungono sul territorio tramite le Ong sono persone non identificate e senza documenti. In questo modo si immettono nel territorio nazionale delle persone della quale si disconosce tutto, anche gli eventuali crimini già commessi in passato o le eventuali affiliazioni con la delinquenza. Non esiste un modo certo per identificare queste persone e le forze di Polizia si devono basare esclusivamente sulle loro dichiarazioni. In moltissimi casi, a seguito di controlli Afis successivi di costoro, si è potuto verificare che gli stessi hanno dichiarato, in diverse situazioni, nomi differenti; in altri casi non si può accertare l’identità, perché gli stessi giungono con i polpastrelli bruciati o mutilati. Questa non è sicurezza. Peraltro, per entrare in Italia ci sono i corridoi umanitari, un programma sicuro e legale di trasferimento e integrazione rivolto a migranti in condizione di particolare vulnerabilità: donne sole con bambini, vittime del traffico di essere umani, anziani, persone con disabilità o con patologie, oppure persone segnalate da organizzazioni umanitarie quali l’Alto Commissariato dell’Onu per i Rifugiati (UNHCR). Se vi è una legge, questa dev’essere applicata per tutti. Alla Ong era stato imposto un Alt, che non è stato rispettato; è stata messa a rischio la vita degli appartenenti alla Gdf ed ancora, per assurdo, la decisione di violare l’Alt è giunta solo dopo che a bordo della Ong erano saliti i 5 parlamentari, che non mi risulta si siano mai dissociati dai comportamenti assunti dalla Capitana.

In questa iniziativa, che ruolo hanno avuto i social network, in particolare Facebook?
Oggigiorno il metodo più veloce per scambiarsi opinioni è dato proprio dai Social Network, che consentono a chiunque di esprimersi. Sebbene circolino anche dei fake, vi è la possibilità di incontrarsi in rete e confrontarsi. In passato, tale possibilità era remota, e quindi era sicuramente più difficile lo scambio di idee; oggi, con la tecnologia, questo scambio è diventato veloce e reale. Sicuramente Facebook ha dato una possibilità a queste persone di incontrarsi in maniera più veloce ed immediata.

Con quale accusa si è deciso di procedere anche contro i cinque parlamentari che sono saliti a bordo della Sea Watch 3?
È stato ipotizzato il reato di concorso morale ex art. 110 cp, e questo proprio perchè gli stessi non si sono mai dissociati dai comportamenti illegali assunti dalla Carola Rackete. La Corte di Cassazione con la sentenza n.36739 del 2017 ha stabilito che “affinché si possa configurare il concorso morale nel reato occorre che vi sia prova di un comportamento esteriore qualificabile come contributo alla commissione del reato, nel senso che esso abbia fatto sorgere il proposito criminoso altrui o che lo abbia rafforzato, ovvero ancora che abbia agevolato l’azione illecita, materialmente posta in essere da altri”. La Capitana Rackete può essersi sentita tutelata e, pertanto, si può essere rinforzato il suo intento di forzare il blocco, in virtù della presenza dei Parlamentari a bordo. Comunque l’accertamento di ciò è compito della Procura della Repubblica. È appena il caso di evidenziare come la Procura abbia proposto il ricorso per Cassazione contro l’ordinanza di non convalida dell’arresto della Capitana. Vi sarà un dibattimento che accerterà eventuali responsabilità.

Con gli esposti, si chiederà inoltre al Csm di valutare le decisioni del Gip Vella. Quest’ultima ha però motivato la mancata convalida dell’arresto della Rackete asserendo che la resistenza a pubblico ufficiale debba ritenersi scriminata “per aver agito in adempimento di un dovere”, ossia quello del soccorso ai naufraghi. Qual è il suo punto di vista in merito?
Da un mio punto di vista giuridico tale scriminante non può applicarsi, in quanto la Guardia costiera libica aveva indicato alla Ong lo sbarco a Tripoli, invece la nave si è diretta a Lampedusa. Se il supremo interesse era quello del soccorso ai naufraghi, la comandante si sarebbe dovuta recare a Tripoli. Non da ultimo, la Rackete è rimasta ferma 14 giorni sui confini con le acque territoriali italiane, ricevendo nel contempo tutta l’assistenza necessaria dall’Italia, sia da un punto di vista medico che da un punto di vista alimentare, al punto tale che undici migranti (famiglie, minori e donne incinte) furono sbarcati dalle autorità italiane per ragioni di salute e vulnerabilità. Quindi non si era assolutamente in presenza di uno stato di necessità. Ragionando all’inverso, se si fosse trattato di “stato di necessità”, i restanti naufraghi appena sbarcati in Italia sarebbero stati ricoverati presso strutture ospedaliere. Ciò non è avvenuto, a dimostrazione del perfetto stato di salute degli stessi.

Il Gip ha poi spiegato che il presunto schiacciamento della motovedetta della Guardia di Finanza debba essere ridimensionato (alla luce delle riprese video), che tale imbarcazione non debba considerarsi “nave da guerra” in quanto non operante al di fuori delle acque territoriali e che, per le operazioni di sbarco, i porti alternativi di Malta e Tunisia erano inadeguati: i primi perché troppo lontani e i secondi perché poco sicuri.
Secondo il mio punto di vista, l’ordinanza non è conforme alla giurisprudenza. Per chiarire il punto credo che basti evidenziare come, la Corte Costituzionale con la sentenza del 3 febbraio 2000 ha ribadito “il carattere militare della Guardia di Finanza che è compenetrato nella struttura, nell’organizzazione, nello ‘status’ del personale, nelle funzioni e nelle modalità di esercizio dei compiti istituzionali del Corpo”. A ciò si aggiunga come la Cassazione, Sez. III penale, con la sentenza n.31403 del 2006, ha stabilito che “deve essere qualificata nave da guerra una motovedetta della Guardia di finanza che esercita funzioni di polizia marittima ed ha un equipaggio composto da personale militare e tale qualifica risulta dalla legge n.1409 del 1956, il cui art. 6 punisce gli atti di resistenza o di violenza contro le unità della Guardia di finanza con le stesse pene stabilite dall’art. 1100 c.nav. per resistenza e violenza contro nave da guerra”, senza alcuna distinzione fra acque territoriali e non. Peraltro questa sentenza ne richiama una precedente, la 9978 del 1987, dove si legge che “questa Corte ha già avuto modo di affermare che una motovedetta armata della Guardia di Finanza, in servizio di polizia marittima, deve essere considerata nave da guerra”.
In merito alla presunta non sicurezza dei porti della Tunisia, credo che basti evidenziare come la Tunisia sia firmataria delle Convenzioni sul salvataggio in mare e quella di Ginevra sui diritti dell’uomo, quindi non può assolutamente non essere considerata sicura! Peraltro la nave si trovava a 69 miglia dalla Tunisia, rispetto alle 124 da Lampedusa, quindi ben si sarebbe potuta e dovuta recare a Zarzis. Per quanto riguarda la posizione dei porti Maltesi, sebbene tecnicamente la lontananza possa essere una valida giustificazione, sostanzialmente non lo è, perché, se si ritiene che l’interesse primario della Capitana fosse quello del salvataggio delle vite, e se quindi si ritiene valida la giustificazione dello stato di necessità, la Comandante anziché rimanere 14 giorni al largo delle coste italiane si sarebbe dovuta recare a Malta – impiegando sicuramente meno di 14 giorni –, altrimenti si giungerebbe ad affermare che è stata proprio la Comandante a mettere a rischio le vite umane, preferendo lasciare i naufraghi in mare per 14 giorni, al solo fine di far valere la forza delle Ong.

Secondo lei, quale potrebbe essere l’epilogo della vicenda?
La Corte di Cassazione si esprimerà sull’ordinanza della Gip Vella, asserendo a mio parere la legittimità dell’arresto della Capitana. Ad ogni buon modo, sarà posto un punto fermo nella vicenda, che consentirà l’applicazione di regole certe per il futuro. Per quanto riguarda il processo, vi sarà un dibattimento, ovviamente dinanzi ad un Giudice differente – essendosi la Vella già pronunciata –, che stabilirà le responsabilità in tutta questa vicenda. L’unico grosso problema è che la Rackete non è più sul territorio italiano e quindi, in caso di condanna, diventerà molto più problematica l’espiazione della pena. La vera problematica è che, purtroppo, la vicenda agli occhi dei cittadini ha avuto principalmente una valenza politica – di destra contro la sinistra, e viceversa -, perché purtroppo questo è stato il risalto dato. In realtà si tratta di una questione squisitamente giuridica e di sicurezza dello Stato Italiano, che non può essere costretto ad accogliere in maniera indiscriminata ed incontrollata chiunque, essendo il diritto alla sicurezza nazionale un diritto supremo di ogni cittadino.