Referendum, no alla Riforma, i lettori: “La Costituzione è qualcosa di sacro, non si tocca”

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Tropiano e Panaro
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Riceviamo e pubblichiamo il contributo di Cosimo Mimmo Panaro e Flavio Tropiano. “I monopolitani non sono rimasti a casa. Sono usciti, hanno scelto, e la loro voce si è unita al coro del Sud no al cambiamento, no a toccare i pilastri della giustizia”, hanno scritto. 

Quando le urne si chiudono e i numeri iniziano a scorrere, c’è sempre un momento in cui l’Italia smette di essere un paese diviso e diventa semplicemente un popolo che decide. Ieri, 23 marzo 2026, è stato uno di quei momenti. Il NO alla riforma costituzionale sulla Giustizia ha vinto con il 53,74% contro il 46,26% del SÌ. Non uno scarto tecnico. Una forbice netta, inequivocabile.
Ma per capire cosa è successo ieri bisogna capire dove eravamo. Il referendum in Italia non è mai stato solo una scheda è sempre stato uno specchio. Nel 1974 la DC portò gli italiani a votare sull’abrogazione del divorzio, convinta di vincere. Perse. Il paese era già cambiato, e quella consultazione lo rese ufficiale. Poi arrivò il 1993 forse il più dirompente quando il SÌ sull’abolizione del proporzionale aprì la stagione della Seconda Repubblica. E nel 2016 Renzi personalizzò la riforma costituzionale fino a farne una questione di fiducia personale. Perse, e si dimise. Ieri sera, non a caso, ha già suggerito a Meloni le stesse dimissioni.

Il cuore del quesito riguardava la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, una riforma presentata dal governo come modernizzazione, percepita da molti come un tentativo di indebolire l’autonomia della magistratura. Il SÌ ha prevalso solo in tre regioni del Nord Friuli Venezia Giulia, Lombardia e Veneto. Nel resto del paese ha dominato il NO, con risultati particolarmente netti al Sud. Tra i 18 e i 34 anni il NO ha vinto con il 61%, e l’affluenza ha sfiorato il 59%: gli italiani sono andati a votare per convinzione, non per abitudine.

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La Puglia ha bocciato la riforma con oltre il 57% di NO, staccando il SÌ di più di 14 punti percentuali.Nella provincia di Bari il NO ha raggiunto il 60,2%. Anche Monopoli ha risposto con chiarezza si sono recati alle urne 20.961 elettori, pari al 52,16% degli aventi diritto una partecipazione significativa, superiore alla metà della cittadinanza. I monopolitani non sono rimasti a casa. Sono usciti, hanno scelto, e la loro voce si è unita al coro del Sud no al cambiamento, no a toccare i pilastri della giustizia. Un segnale che viene da lontano, radicato in una terra che ha vissuto sulla propria pelle cosa significa avere o non avere una magistratura libera e autonoma.

Meloni ha ammesso che «la sovranità appartiene al popolo» e ha definito il risultato «un’occasione persa». A Napoli i magistrati hanno brindato cantando Bella ciao. Il centrodestra cerca di ridimensionare il significato politico del voto. Ma i numeri, come sempre, non si ridimensionano da soli.
L’Italia ha una lunga tradizione di referendum che segnano il confine tra un’epoca e quella che viene dopo. Ieri non si è votato solo sulla giustizia si è votato su chi siamo e su quanto spazio vogliamo lasciare tra il potere politico e quello giudiziario. Il NO ha vinto. E con esso ha vinto anche qualcosa di più profondo: la scelta degli italiani di non toccare la propria Costituzione, a cui restano ancora una volta profondamente legati. Quella carta nata dalla Resistenza, scritta da uomini e donne che avevano vissuto il buio del fascismo, evidentemente per molti è ancora qualcosa di sacro. Da custodire, non da smontare.

Flavio Tropiano
Cosimo Mimmo Panaro