Un infermiere del 118: “C’è paura, c’è dolore, c’è gioia. Torneremo alla nostra libertà”

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Pubblichiamo la lettera di Claudio Mandriota, un infermiere monopolitano in servizio a Brindisi. “Tutto questo prima o poi finirà”, scrive.

Eccoci qui.
Tante cose sono cambiate dall’ultima volta. Ero un infermiere di Pronto Soccorso ed adesso sono un infermiere del Servizio di Emergenza-Urgenza Sanitaria Territoriale 118.

Nel mezzo tante storie: storie fatte di volti, sorrisi, lacrime, nuove conoscenze, nuovi percorsi, nuove ambizioni e nuove emozioni.
È sotto gli occhi di tutti quello che si vive quotidianamente svolgendo questa professione; quello che, però, dalla televisione non traspare sono proprio le emozioni che si provano.

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C’è paura.
Paura generata dalla non conoscenza: si prova paura perché stiamo combattendo una guerra contro un nemico invisibile di cui si conosce poco e nulla; un nemico che ci ha privati della possibilità di salutarci per strada, di compiere gesti senza pensare alla possibilità di contaminare e/o essere contaminati, di andare agli allenamenti, di dare un abbraccio o un bacio alla persona a cui vogliamo bene. Un nemico che ha iniettato in noi il germe della paura di poter fare del male alle persone a cui più vogliamo bene.

C’è dolore.
C’è dolore ogni qual volta, sui social o al telegiornale, la notizia di un nuovo caso positivo si abbatte come un uragano. C’è dolore ogni qual volta, sui social o al telegiornale, la notizia di una nuova perdita dovuta ad un nuovo contagio si abbatte come uno tsunami violentissimo. C’è dolore ogni qual volta si legge negli occhi di qualcuno la coscienza che morirà da solo, senza la possibilità di essere circondato dalla cosa più bella al mondo: il calore dell’amore.

C’è gioia.
La gioia nasce dalla fiamma della speranza che viene alimentata dal vento della conoscenza. C’è gioia quando si legge di vaccini, farmaci antivirali, farmaci antireumatici, anticorpi monoclonali in via di sperimentazione. Conoscere il nemico è importante e tantissimi professionisti passano intere giornate nei laboratori, combattono la guerra nelle trincee, per strada e nei reparti, per rafforzare quel vento che deve trasformare la fiamma in un incendio.

Chi è in prima linea svolge il proprio lavoro provando paura e dolore ma è mosso dalla speranza e dalla consapevolezza che tutto questo, prima o poi, finirà e torneremo a salutarci per strada, a compiere gesti senza pensare alla possibilità di contaminare e/o essere contaminati, ad allenarci, a dare un abbraccio o un bacio alla persona a cui vogliamo bene. Torneremo alla nostra libertà.
È una promessa: andrà tutto bene.

Claudio Mandriota