Bullismo, una madre di Monopoli: “Ci siamo passati. Sappiamo cosa vuol dire essere esclusi”

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ph. di archivio
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Il racconto di una madre preoccupata: “Mia figlia, affetta da una patologia rara, non voleva più andare a scuola”. 

“Anche noi ci siamo passati. Sappiamo cosa vuol dire essere esclusi”, anche se sono passati diversi anni da quando sua figlia frequentava la scuola media. Oggi la ragazza ha 28 anni e qualche problema se l’è lasciato alle spalle, ma il ricordo di quello che ha sofferto è ancora lì, palpabile. A Link il racconto di una mamma che parla di dolore, bullismo e sofferenza.

Sua figlia frequentava la terza media in un istituto cittadino. “Già era presa di mira, poi un episodio scatenante ha peggiorato la situazione. Avevo notato dei pidocchi tra i suoi capelli e ho avvisato la scuola”, ricorda la signora raccontando che da quel momento la permanenza in classe si è fatta sempre più pesante.

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“Mia figlia, affetta da una patologia rara, non voleva più andare a scuola. Per la sua malattia, la tranquillità è fondamentale e invece veniva presa di mira di continuo, anche per i suoi capelli, che le dicevano essere, lunghi, brutti e attorcigliati, il suo giaccone veniva calpestato. Ha sofferto tanto. A causa della sua patologia una volta si è sentita male ed è finita in rianimazione, portata da Bari al Miulli di Acquaviva dove è rimasta per tre mesi. Aveva 13 anni e frequentava l’ultimo anno, quello degli esami. A Monopoli volevano bocciarla, ma poi grazie alla disponibilità del dottor Lamanna, primario della Rianimazione di Acquaviva, mia figlia è stata seguita da alcuni docenti mentre era in ospedale con tracheostomia, grazie al coinvolgimento del preside della scuola Giovanni XXIII di Acquaviva. Ricordo che fece gli esami in Rianimazione”, spiega.

Ripensando a quello che le è successo e a quello che è successo alla 13enne di Monopoli non si può rimanere in silenzio. “Devono lavorare nelle scuole su questi aspetti legati alla fragilità dei ragazzi, vedere quello che accade durante la ricreazione. Detto ciò i bulli, spesso appartiene a ceti sociali cosìddetti alti, attaccano i deboli, in compagnia di altri come loro e privi di rispetto”.

Dopo la media, la ragazza ha frequentato prima una scuola, poi un’altra, ma i problemi non sono diminuiti: “Una volta – continua la mamma – in una stanza le hanno fatto trovare un cappio appeso, dicendo che era per lei. Immagini che non si possono dimenticare”. Oggi sua figlia, dice, è una ragazza più forte, non ha molti amici, ma ha un fidanzato e di quello che ha passato, le umiliazioni e le sofferenze ricorda tutto. “Credo sia nostro dovere sorvegliare e non sottovalutare i cambiamenti e i malumori dei nostri figli. Purtroppo oggi giorno li scusiamo anche quando sbagliano e questo li fa continuare a commettere cose orribili. Rivolgo il mio appello anche alla scuola, ai professori a fare attenzione a chi sta male, perchè non si sa cosa possa passare nella mente di un ragazzo”.