Il San Pietro Martire di Bellini su Google Arts&Culture della Pinacoteca di Bari

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L'opera
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Riceviamo e pubblichiamo il contributo della lettrice Vittoria Petrosillo che su questo dipinto, inizialmente custodito nella chiesa di Santa Maria la Nova di Monopoli, ha ascoltato Chiara Gelao, già direttrice della Pinacoteca Metropolitana di Bari. 

Nell’epoca virtuale anche la Pinacoteca Metropolitana di Bari ha fatto il suo ingresso nella piattaforma Google Arts & Culture https://artsandculture.google.com/partner/pinacoteca-metropolitana-di-bari, mostrando 300 opere della sua collezione permanente digitalizzate ad altissima risoluzione.
Tra i 7 dipinti inseriti nelle storie spicca il San Pietro martire di Giovanni Bellini, l’opera proveniente dalla distrutta chiesa di Santa Maria la Nova di Monopoli, che così ravvicinata non si era mai vista prima. La tavola, firmata in basso con lettere capitali dal grande maestro del rinascimento veneziano, è poi confluita nella chiesa di San Domenico, dove è rimasta fino alla soppressione ottocentesca del convento monopolitano, per poi sostare fino al 1929, nell’ufficio del sindaco al Palazzo di Città, anno in cui fu trasferita nella costituenda istituzione museale barese.
La pala di grandi dimensioni, ritenuta di eccellente qualità pittorica, che reca sul retro disegni a carboncino eseguiti dal maestro veneziano, non è sfuggita al dibattito critico dei grandi storici dell’arte del Novecento, da Roberto Longhi ad Adolfo Venturi, a Bernard Berenson.
Recentemente, Clara Gelao, già direttrice della Pinacoteca Metropolitana di Bari, è tornata ad approfondire le circostanze legate al prezioso dipinto monopolitano, in un lavoro che sarà pubblicato all’interno di un più articolato volume collettaneo dedicato alla chiesa di San Domenico, che apparirà nell’imminente primavera, per i tipi di Artemide (Roma).
Per noi un piccolo anticipo.
Giovanni Bellini San Pietro martire. da Clara Gelao Giovanni Bellini San Pietro martire. Storia arte restauro. Marsilio 1Dott. ssa Gelao, lei ha definito, nel suo saggio che vedrà la luce tra alcune settimane, il San Pietro martire di Monopoli, uno dei dipinti più affascinanti di Giovanni Bellini. Quali sono le novità che emergono dai suoi nuovi studi?
Un dipinto della qualità del San Pietro martire di Monopoli è stato esaminato più volte da numerosissimi studiosi, e quindi le novità apportate dal mio saggio al dibattito non possono che essere limitate. Quel che mi sembra particolarmente importante è lo spostamento di datazione della tavola alla tarda attività del Bellini, sulla base di un documento del 18 gennaio 1503 il cui regesto, contenuto nel cosiddetto manoscritto Piangevino, risalente al 1746, era stato reso noto sin dal 2009 dal Pirrelli che però non ne aveva tratto le dovute conseguenze. In esso Leo D’Arpona, committente accertato del dipinto del Bellini, si impegna, nel momento in cui gli viene concessa dai PP. Domenicani di Monopoli la cappella di San Pietro martire (il magistrato nella sua richiesta aveva quindi specificato il nome del santo cui voleva fosse dedicata), a versare al convento dodici carlini all’anno. Il dipinto non può quindi che essere successivo, anche se credo non di moltissimo, a tale data. Ho potuto inoltre per la prima volta ricostruire con una certa esattezza le fasi del restauro avvenuto negli anni ’20 del Novecento, che permettono di precisare meglio la storia del dipinto e le ragioni del suo a tutt’oggi precario stato di conversazione.
Lei ha sempre escluso (mi pare) che la tavola facesse parte di un polittico di più vaste dimensioni, come pure in passato era stato ipotizzato. Ci spiega questa faccenda?
Tutto nasce dal formato piuttosto insolito del dipinto (cm 194 x 84), lungo e stretto, cosa che indusse nel 1937 Carlo Gamba ad avanzare l’ipotesi che esso fosse la parte centrale di un trittico smembrato i cui scomparti laterali potevano a suo parere riconoscersi in due tavole della Galleria Nazionale di Zagabria, raffiguranti rispettivamente Sant’Agostino e San Benedetto, entrambi in piedi, proiettati su uno sfondo di cielo azzurro, di misure sensibilmente diverse rispetto alla tavola di Monopoli (cm 108,7 x 42,3 ognuna), ma come questa a terminazione centinata. Gli studi successivi hanno per lo più rigettato questa ipotesi, sulla base di considerazioni cronologiche ma anche per le dimensioni difficilmente compatibili. Io mi pongo, ma con qualche dubbio, fra coloro che non sono favorevoli all’ipotesi del Gamba; esiste comunque la possibilità che il nostro San Pietro martire nella sua collocazione originaria fosse al centro di un altare cinquecentesco dorato, che poteva dare il massimo risalto all’immagine isolata del Santo.
Vittoria Petrosillo


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