Monopoli, il lettore: “Il cielo del 25 aprile e quelle parole gridate da due bambini in bicicletta”

281
adv

Riceviamo e pubblichiamo una lettera aperta scritta da Davide Cocozza “sulla Liberazione, sulla memoria e sulla violenza che gli adulti insegnano senza accorgersene”. 

Il 25 aprile ero a Monopoli, nel cuore del borgo antico, a fare due passi tra le vie illuminate da quel cielo pugliese che, quando è limpido, sembra quasi una promessa. Era la Festa della Liberazione. Le bandiere italiane si muovevano nel vento, i colori attraversavano le strade, i mercatini animavano la città, mentre un corteo pacifista, pieno di umanità, avanzava tra le vie con parole di pace, volti gentili, bandiere, canti, presenza civile.

Era una di quelle giornate in cui la memoria non dovrebbe restare chiusa nei libri o nelle celebrazioni ufficiali, ma diventare respiro collettivo. Una giornata in cui il passato cammina accanto a noi, non per appesantirci, ma per ricordarci quanto sia prezioso ogni passo compiuto nella libertà.

adv

Poi, improvvisamente, mentre tutto sembrava parlare di pace, due ragazzini in bicicletta, che non avranno avuto più di dodici anni, sono passati sfrecciando e hanno gridato: “Viva il duce”, “Viva lo sterminio di massa”. Mi sono fermato.

Non per rabbia, almeno non subito. Prima è arrivato lo stupore. Poi un senso di gelo, quasi fisico. Ho continuato a guardare le bandiere, il cielo, il sole, le persone intorno. Mi sono chiesto se qualcun altro avesse sentito. Se quella ferita fosse entrata anche nelle orecchie degli altri. Se quelle parole, così enormi e terribili, dette da voci ancora infantili, avessero prodotto lo stesso silenzio dentro chi le aveva ascoltate.

Perché due bambini sentono il bisogno di scegliere proprio quelle parole? Perché, dentro una giornata dedicata alla Liberazione, tra bandiere, colori, memoria e pace, due ragazzi così piccoli trovano naturale gridare un elogio alla dittatura e alla morte di massa? È stata solo una provocazione? Un gioco crudele? Una frase ripetuta senza comprenderne davvero il peso? Forse. Ma anche questo sarebbe grave. Perché le parole non sono mai innocenti quando chiamano la violenza, quando ridono della morte, quando trasformano l’orrore in slogan.

Eppure, sarebbe troppo facile fermarsi alla condanna di quei due ragazzini. Sarebbe troppo comodo pensare che il problema inizi e finisca in quelle biciclette che attraversano il borgo. I bambini, spesso, non inventano il buio: lo raccolgono. Lo ascoltano. Lo respirano. Lo imitano. Lo traducono in gioco, in sfida, in frase urlata, senza sapere fino in fondo quale abisso stiano nominando.

Forse quelle parole vengono da lontano. Vengono dagli esempi degli adulti. Vengono da una violenza che abbiamo normalizzato, dalle parole pronunciate con superficialità nei bar, nelle case, sui social, in televisione, nelle piazze. Vengono da un tempo in cui l’aggressività è diventata linguaggio comune, in cui la sopraffazione viene spesso scambiata per forza, in cui chi urla sembra vincere su chi pensa, chi domina sembra contare più di chi ascolta, chi distrugge sembra più potente di chi cura.

Viviamo in un’epoca in cui i bambini vedono capi di Stato minacciare, bombardare, invadere, cancellare popoli, colpire innocenti, usare parole durissime come se la vita degli altri fosse un dettaglio diplomatico. Vedono guerre raccontate come strategie, morti trasformati in numeri, città ridotte in macerie mentre il mondo discute, calcola, giustifica, rimanda. Vedono che spesso chi è forte sui deboli non viene davvero fermato, non viene davvero condannato, non viene davvero chiamato per nome.

E allora il messaggio che passa, sotterraneo e terribile, è questo: se lo fanno i potenti, se lo fanno gli Stati, se lo fanno gli eserciti, se lo fanno coloro che dovrebbero rappresentare la civiltà, allora forse anche io posso distruggere l’altro. Posso schiacciarlo. Posso offenderlo. Posso ridere della sua sofferenza. Posso dire una frase feroce e sentirmi forte.

Così la violenza scende dall’alto e si deposita nel quotidiano. Diventa abitudine. Diventa battuta. Diventa insulto. Diventa gesto. Diventa linguaggio. La ritroviamo nei rapporti tra popoli, nei rapporti tra uomini e donne, nel modo in cui alcuni adulti trattano i bambini, nel modo in cui l’essere umano tratta gli animali, la natura, i fragili, gli ultimi, chi non può difendersi. La violenza cambia forma, ma conserva la stessa radice: l’idea che l’altro valga meno di noi.

Poco dopo, parlando con alcune persone, ho scoperto che altri episodi simili erano già accaduti nella stessa giornata: commenti assurdi, frasi infanganti, parole gettate contro il senso profondo del 25 aprile. E allora quella scena non mi è sembrata più un episodio isolato, ma un sintomo. Un piccolo segnale, certo, ma proprio per questo inquietante: perché spesso il buio non arriva come tempesta, arriva prima come scherzo, come battuta, come frase detta “tanto per dire”.

Il 25 aprile non è semplicemente una festa del calendario. Non è una formalità istituzionale, né un rito stanco da ripetere ogni anno. Il 25 aprile ricorda la Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, la fine dell’occupazione, la Resistenza, il sacrificio di donne e uomini che scelsero di opporsi alla dittatura, alla persecuzione, alla guerra, alla negazione della dignità umana. È una data che non appartiene a una parte soltanto, ma alla coscienza democratica del Paese. È la soglia attraverso cui l’Italia ha potuto tornare a immaginarsi libera, repubblicana, costituzionale. È il giorno in cui ricordiamo che la libertà non nasce dal nulla: viene generata da chi ha avuto il coraggio di resistere quando resistere significava rischiare tutto. E forse dovremmo fermarci proprio su questa parola: Liberazione.

Non “libertà” nel senso superficiale e capriccioso del fare tutto ciò che si vuole. Non la libertà scambiata per assenza di responsabilità. Non la libertà usata come alibi per ferire, provocare, umiliare, inneggiare alla violenza. La Liberazione è un’altra cosa. È un processo. È un cammino faticoso. È lo sgombero lento delle nubi dal cielo della storia. È il tentativo di liberare il cuore dalle ombre, dalla paura, dall’odio, dal nero morale che invade le coscienze quando la memoria si indebolisce.

Quel giorno, guardando il cielo di Monopoli, ho pensato che la Liberazione somigli proprio a un cielo che si apre dopo una lunga tempesta. Non è mai conquistata una volta per tutte. Va custodita. Va insegnata. Va rinnovata. Va difesa anche nei piccoli gesti, nelle conversazioni quotidiane, nelle scuole, nelle famiglie, nei cortili, nelle piazze, nei social, nelle parole che lasciamo circolare senza interrogarci.

Perché se un bambino può gridare “viva lo sterminio di massa” senza sentire il peso abissale di quella frase, allora il problema non è solo suo. È nostro. È educativo, culturale, umano. È una domanda rivolta agli adulti: cosa abbiamo trasmesso? Cosa abbiamo dimenticato di spiegare? Quali esempi abbiamo offerto? Quali guerre abbiamo giustificato? Quali ingiustizie abbiamo accettato in silenzio? Quali parole abbiamo usato davanti ai più piccoli pensando che non ci ascoltassero?

La memoria non può essere solo commemorazione. Deve diventare formazione del sentimento. Non basta sapere che cosa è accaduto: bisogna imparare a sentirne il dolore, a riconoscere le vittime, a comprendere che dietro ogni parola d’odio c’è sempre il rischio di disumanizzare qualcuno. Prima si disumanizza con il linguaggio, poi con lo sguardo, poi con le azioni. La storia ce lo ha già insegnato. Il punto è capire se noi abbiamo ancora voglia di ascoltarla.

Continuando a camminare, ho guardato i papaveri. Quei fiori fragili, rossi, ostinati, che spesso crescono dove la terra è stata ferita. Ho pensato che vorrei vedere sempre più persone fermarsi davanti a un papavero senza strapparlo, senza calpestarlo, senza privarlo della luce. Persone capaci di rispettare ciò che è vivo semplicemente perché è vivo. Persone capaci di innamorarsi della natura, della delicatezza, della bellezza minuta che non urla ma salva.

Forse basterebbe questo, almeno come inizio: educare di nuovo allo stupore. Insegnare ai bambini non solo le date, ma il valore delle vite. Non solo gli eventi storici, ma le conseguenze delle parole. Non solo chi ha vinto e chi ha perso, ma chi ha sofferto, chi è stato deportato, perseguitato, torturato, ucciso, chi ha resistito per permettere a noi di camminare oggi sotto un cielo più libero. Perché il buio, in fondo, nasce quasi sempre da una mancanza d’amore. E il nero, prima ancora di essere un colore, è assenza di luce. L’odio si alimenta dove non arriva empatia. La violenza cresce dove l’altro diventa una caricatura, un bersaglio, un nemico astratto. La memoria serve a questo: a restituire volto alle persone, nome ai morti, responsabilità ai vivi.

Il 25 aprile, dunque, non dovrebbe essere solo il giorno delle bandiere. Dovrebbe essere il giorno in cui ciascuno si chiede da quali ombre deve ancora liberarsi. Dall’indifferenza, dalla superficialità, dal cinismo, dalla nostalgia malata dell’autoritarismo, dalla tentazione di trasformare la violenza in spettacolo, la storia in meme, il dolore degli altri in una battuta. Io quel giorno ho continuato a camminare. Il cielo era ancora blu. Le bandiere continuavano a muoversi. Il corteo pacifista continuava il suo cammino. E forse proprio lì, in quella contraddizione dolorosa, ho sentito il senso più vero della Liberazione: non un traguardo immobile, ma un lavoro continuo. Una responsabilità che passa di generazione in generazione. Una luce da proteggere, soprattutto quando qualcuno, magari senza capirlo, prova a spegnerla.

papaveroPer questo credo che la risposta a quelle parole non debba essere soltanto indignazione. Deve essere educazione. Deve essere presenza. Deve essere cura. Deve essere scuola, arte, memoria, dialogo, testimonianza. Deve essere la capacità di dire ai nostri ragazzi che la libertà non è gridare qualunque cosa, ma imparare a scegliere parole che non uccidano di nuovo chi è già stato ucciso dalla storia.

Dobbiamo avere il coraggio di dire che ogni volta che un potente distrugge un popolo e resta impunito, ogni volta che una guerra viene chiamata necessità, ogni volta che un innocente viene sacrificato in nome di una ragione superiore, ogni volta che il dolore dei deboli viene considerato inevitabile, il mondo insegna qualcosa ai bambini. E spesso insegna la cosa sbagliata.

La Liberazione non è finita il 25 aprile 1945. È cominciata allora, e continua ogni volta che scegliamo la pace invece dell’odio, la memoria invece dell’oblio, la compassione invece della crudeltà, la luce invece del buio.

E forse, un giorno, anche un ragazzo che oggi grida una frase terribile potrà fermarsi davanti a un papavero, guardarlo davvero, e cambiare cuore.

Davide Cocozza